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Atene 2004, la sciabola d'oro di Aldo Montano

Atene 2004, la sciabola d'oro di Aldo Montano
La sfida della sciabola

Per la scherma italiana, le Olimpiadi sono da sempre terreno fertile: medaglie, gloria e continuità. Ma tra le tre armi – fioretto, spada e sciabola – è proprio quest’ultima a essere stata, storicamente, la meno prolifica di ori per l’Italia. Meno titoli, meno tradizione vincente, più avversari di scuola fortissima, come ungheresi, russi e francesi. Le soddisfazioni, quando sono arrivate, sono state quasi sempre di squadra, unica eccezione l’oro di Nedo Nadi nel 1920. Fino ad Atene 2004.

Una dinastia sul podio

Nella scherma italiana, il cognome Montano è da sempre sinonimo di eccellenza. Il nonno Aldo, il padre Mario, i cugini del padre Tommaso e Mario Tullio: tutti medagliati olimpici nella sciabola a squadre, tra Berlino '36 e Mosca '80. Era una tradizione tanto gloriosa quanto ingombrante. Così, per Aldo Montano, livornese classe 1978, il percorso non fu mai scontato.
Fin da ragazzo si percepiva che il talento non mancava, ma il suo stile impulsivo e spettacolare non sempre si accordava con i canoni classici. Era estroso, carismatico, e a tratti incostante. Ma in quegli anni di inizio 2000, mentre la sciabola italiana cercava nuove certezze, Montano si preparava all’occasione della vita: i Giochi Olimpici di Atene.

Atene 2004: il giorno perfetto

Il torneo olimpico di sciabola individuale maschile si svolge il 14 agosto 2004, nella cornice modernissima dell’Hellinikon Fencing Hall. Montano si presenta come outsider di lusso: forte, ma non tra i favoriti assoluti. La tensione è alta, ma l’azzurro mostra fin da subito uno stato di forma eccezionale.
Nel primo turno superò Constantine Manetas (Grecia) per 15‑12. Negli ottavi venne battuto Keeth Smart (USA) per 15‑7.
Nei quarti sconfisse il russo Sergey Sharikov, medaglia d’argento ad Atlanta 1996, con un secco 15‑13.
In semifinale demolì il bielorusso Dmitri Lapkes 15‑6, approdando alla finale.

La finale contro Nemcsik

Il duello per l’oro è contro un altro ungherese: Zsolt Nemcsik, mancino, stilista puro, dotato di grande tecnica e lettura tattica. La sfida è una danza elettrica, nervosa, tirata. Montano partì male (1‑5), ma rimontò fino all’8‑8..
Nella seconda parte dell’assalto i due si inseguono punto su punto. Montano sfrutta la sua rapidità e il senso del tempo, ma l’ungherese risponde con intelligenza, ribattendo e sfruttando ogni errore. Si arriva al 14-14: una singola stoccata vale la storia.
Aldo finta, attacca in velocità e colpisce al petto. Il verdetto è chiaro: stoccata valida. È oro olimpico per l’Italia.

Lacrime e leggenda

Montano esplode in lacrime, getta la maschera, abbraccia il suo maestro Gianni Postiglione e poi corre a salutare la squadra, lo staff, la famiglia. È un momento liberatorio, quasi cinematografico. Il nome Montano, per la prima volta, non è solo legato alla gloria a squadre, ma brilla individualmente con l’oro più prestigioso.
A coronamento, arriverà anche l’argento a squadre, qualche giorno dopo. Ma ormai è chiaro a tutti: Aldo ha fatto la storia.

Un’eredità a colori vivaci

Dopo Atene, Montano diventerà un’icona. Non solo per le medaglie – tra cui i bronzi olimpici a squadre a Pechino 2008 e Londra 2012 – ma per la sua personalità, per aver restituito popolarità alla sciabola, per aver ispirato i giovani schermidori italiani a credere nel proprio talento anche fuori dagli schemi.
Nel 2021, a 43 anni, a Tokyo parteciperà alla sua quinta Olimpiade, chiudendo la carriera con l’argento a squadre. Ma il momento che resterà per sempre è quello di Atene: la stoccata del destino, quella che rese la scherma azzurra ancora più luminosa.